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A Parigi si decide sul clima
 
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Il 30 novembre si aprirà a Parigi la 21° Conferenza delle parti per definire un accordo globale di limitazione delle emissioni di gas serra, un appuntamento da tempo atteso, almeno dal fallimentare summit di Copenhagen del 2009.

Che cosa ci dobbiamo aspettare? Proprio il ricordo di Copenhagen, ribattezzato da alcuni Hopenhagen a sottolineare le grandi speranze che vi erano state riposte, ci consiglia di non alimentare illusioni irrealistiche.

Indubbiamente le condizioni generali sembrano più favorevoli, soprattutto perché i due maggiori Paesi inquinatori, Stati Uniti e Cina, hanno largamente anticipato i loro obiettivi di riduzione con annunci diramati in occasioni ufficiali. Proprio USA e Cina furono i principali responsabili del fallimento del 2009.

Nelle Conferenze successive le Nazioni si sono impegnate ad indicare i loro obiettivi volontari di riduzione delle emissioni, comunicandole entro l’inizio di ottobre 2015.

Così ora è possibile, prima ancora che la Conferenza inizi, capire dove ci porterebbero le indicazioni (dette INDC, contributi determinati nazionalmente) sommandole tutte insieme e guardando l’effetto che fa.

Lo hanno fatto numerosi istituti di ricerca, ed altri ancora lo faranno prima della fine del mese.

Tra gli altri prendiamo in considerazione due osservatori indipendenti, Climate Interactive e Climate Action Tracker.

Entrambi concludono che la somma degli impegni comunicati dai Paesi produrrebbe una curva globale di emissioni inferiore al “business as usual”, cioè all’andamento inerziale delle tendenze attuali, ma non sarebbe tuttavia sufficiente a contenere l’aumento di temperatura al di sotto dei 2 °C entro la fine del secolo. Ricordo che tutti i Paesi hanno formalmente convenuto sull’obiettivo dei 2 °C, ritenendolo la soglia di sicurezza oltre la quale si rischiano effetti catastrofici ed irreversibili.

La differenza delle due proiezioni, una a 3,5 °C, l’altra a 2,7 °C, dipende dalle diverse assunzioni su ciò che succederà dopo il 2030: Climate Interactive ritiene che non vi saranno altri sforzi di miglioramento, Climate Action Tracker ipotizza invece che sull’onda delle riduzioni al 2030 altre ne seguiranno.

Le previsioni ci portano su una via intermedia tra ciò che stiamo facendo ora e ciò che dovremmo fare.

C’è quindi ancora un divario da colmare, un passo in avanti da compiere. Chi lo fa?

Ci viene in aiuto un altro rapporto, questa volta opera di numerose Associazioni della società civile che hanno calcolato la “quota equa” di cui ciascun paese dovrebbe farsi carico.

Questa quota è calcolata considerando due fattori di pari peso: la responsabilità storica, cioè le emissioni finora cumulate, e la capacità di attuare la riduzione misurata sulla ricchezza nazionale (il PIL).

Sommandole per gruppi di paesi, sviluppati e in via di sviluppo, e mettendole a confronto con gli impegni assunti (gli INDC) si scopre che i paesi in via di sviluppo si stanno impegnando oltre la quota loro spettante.

Viceversa i paesi sviluppati sono ben al di sotto della loro quota equa: la Russia dà contributo zero, il Giappone pari a un decimo della sua quota equa, USA ed Europa sono ad un quinto.

Il rapporto sottolinea anche che difficilmente le nazioni sviluppate potrebbero conseguire le riduzione eque entro i loro confini: per contribuire ad un tetto di emissioni equo dovrebbero aiutare le riduzioni di altri paesi più poveri attraverso i due meccanismi dell’aiuto finanziario e del trasferimento di tecnologia.

Ecco dunque la vera radice del problema, i conflitti tra gli interessi economici, acuiti dalla crisi e dalle chiusure egoistiche, ma anche tra la diversa vulnerabilità agli effetti del cambiamento climatico.

Solo per fare un esempio le piccole isole del Pacifico, minacciate nella loro stessa esistenza dall’aumento del livello del mare, insistono da tempo per porre un limite all’innalzamento della temperatura media globale a 1,5 °C anziché a 2.

Una dimostrazione in più che non si uscirà da questa impasse senza la costruzione di una nuova cittadinanza globale, fondata sul riconoscimento che condividiamo il destino dell’unico problema d cui disponiamo.

Che cosa ci possiamo aspettare allora da Parigi? Non ha spazio l’illusione che ne esca un accordo globale che limiti il rischio del riscaldamento globale alla soglia dei 2 °C, né ci possiamo illudere che il tetto, per ora basato sugli impegni volontari dei paesi. Diventi legalmente vincolante, come fu ai tempi il Protocollo di Kyoto.

Lo scontro sarà sulla costituzione effettiva di un fondo a sostegno dei paesi più poveri, già annunciato in altri summit internazionali ma mai alimentato da risorse vere, e sulla costruzione di un sistema di monitoraggio ed aggiornamento degli obiettivi, basato sul riconoscimento dell’insufficienza degli impegni attuali a limitare le emissioni.

Per chi vuole capire meglio vi suggeriamo il ciclo di “Parigi val bene un Pianeta” che avrà luogo in novembre a Varese (v.allegato).

 

Fonti:

 

·         Rapporto di Climate Interactive: www.climateinteractive.org/tools/scoreboard

·         Rapporto di Climate Action Tracker:  http://climateactiontracker.org/global/173/CAT-Emissions-Gaps.html

·         Rapporto di Oxfam e altre ONG: www.oxfam.org/en/research/fair-shares-civil-society-equity-review-indcs

 

 

                                                                                  Fulvio Fagiani

>> Visualizza l'allegato

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