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Tutti sanno che cos’è l’inquinamento per esservi entrati in contatto molte volte: molti tubi di scappamento di auto in un ingorgo, un versamento di sostanze tossiche in un fiume, e via elencando.
Scientificamente si parla di inquinamento locale quando la causa è geograficamente molto prossima all’effetto; di conseguenza il collegamento causale tra l’una e l’altro è relativamente immediato. Era l’unica forma di alterazione ambientale conosciuta in civiltà dove prevalevano i sistemi isolati, con modesti scambi l’uno con l’altro.
Da circa vent’anni si studiano sempre più i fenomeni che danno luogo al cambiamento globale (global change in inglese). I cambiamenti globali si originano per l’effetto cumulativo di così tanti processi locali da causare effetti globali (come la desertificazione, l’estinzione di specie, l’esaurimento delle risorse) o per l’alterazione di funzioni di grandi sistemi, come il cambiamento climatico.
In generale si manifestano come perturbazione di sistemi naturali precedentemente in equilibrio.
L’origine causale dei cambiamenti globali è più sfuggente, perché la connessione tra causa ed effetto è molto più problematica ed è avvertibile e misurabile solo con apparati scientifici. Non parleremmo di riscaldamento globale se non fossimo capaci di misurare la temperatura media superficiale del pianeta con migliaia e migliaia di termometri e non saremmo sicuri della causa se non disponessimo di misure diffuse della concentrazione dei gas serra.
Nella vita sociale i fenomeni d’inquinamento locale sono per lo più associati a comportamenti illeciti o abnormi, mentre i cambiamenti globali sono il risultato di condizioni di vita assolutamente normali: muoversi in auto, riscaldare la propria casa, cibarsi di carne sono tra i comportamenti abituali all’origine dei più gravi problemi ambientali della nostra epoca.
Gli ecosistemi in cui viviamo sono sempre stati tra loro connessi inestricabilmente. Ma le condizioni sociali ed economiche delle civiltà preindustriali erano prevalentemente locali, da sistemi isolati. Oggi invece viviamo in un mondo globalizzato ed interdipendente. Le merci di cui facciamo uso sono prodotte in molte parti lontane del pianeta con processi e modalità che non conosciamo, e le conseguenze dei nostri atti si trasmettono a migliaia di chilometri di distanza.
Diversamente dal responsabile dell’inquinamento locale, non siamo quasi mai consapevoli del danno ambientale che molti nostri comportamenti quotidiani arrecano: l’alterazione dei grandi cicli naturali (dell’acqua, del carbonio, dell’azoto) e dei sistemi su cui si basa la vita (la stabilità degli ecosistemi, la biodiversità, il clima, la fertilità dei suoli, la disponibilità di acqua dolce) .
Due grandi precursori della moderna scienza ecologica globale, i coniugi Ehrlich, a metà degli anni ’70 rappresentarono il fenomeno con la semplice equazione
 
I=P.A.T
(impatto umano sull’ambiente) = Popolazione x Affluenza (consumo procapite) x tecnologia
 
Che ci dice che per ridurre il nostro impatto dobbiamo agire su tutti e tre i fattori, contenendo la popolazione globale ed il livello dei consumi e migliorando l’efficienza.
Che cosa succederebbe se non lo facessimo? In un bellissimo libro Jared Diamond ha descritto casi di popolazioni che hanno sfruttato le scarse risorse a loro disposizione oltre i limiti degli ecosistemi: gli abitanti dell’Isola di Pasqua, i Maya, la colonia vichinga in Groenlandia, tra gli altri.
Vivevano in sistemi isolati dal resto dell’umanità.
Ma anche il nostro pianeta Terra è un sistema isolato che pone dei limiti al suo sfruttamento.
 
Fulvio Fagiani
                                                           Coordinatore di Agenda21Laghi

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